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Hotel affacciato su un lago a fine stagione alberghiera in Italia

Stagione alberghiera a 270 giorni, la richiesta al Governo

Stagione alberghiera a 270 giorni, la richiesta al Governo

Al Tempio di Venere, davanti al ministro Gianmarco Mazzi, Confindustria Alberghi ha chiesto di portare ad almeno 270 giorni l’apertura media delle strutture ricettive italiane. Una richiesta che non riguarda soltanto il calendario: tocca costi fissi, contratti di lavoro e capacità di programmazione di ogni albergo.

La stagione alberghiera italiana resta troppo corta, e il settore ha messo un numero sul tavolo: almeno 270 giorni di apertura all’anno. La richiesta è arrivata il 17 ottobre a Roma, durante l’evento «Perché l’Italia è economia del Turismo! Manifesto per il futuro», promosso dal Ministero del Turismo insieme a Il Sole 24 Ore. A formularla è stato Antonio Zacchera, vicepresidente vicario di Confindustria Alberghi.

Che cosa significa portare la stagione alberghiera a 270 giorni

Oggi l’apertura media di molte strutture italiane, soprattutto nelle destinazioni balneari e montane, si ferma molto prima. Portare la stagione alberghiera a 270 giorni vuol dire tenere aperto nove mesi su dodici, con tutto quello che ne consegue sul piano organizzativo e contrattuale.

Il passaggio non è solo contabile. Un albergo aperto nove mesi assume con contratti diversi, trattiene più facilmente le figure chiave, ammortizza su un periodo più lungo gli investimenti in impianti e riqualificazione, e può lavorare su segmenti che in sei mesi restano fuori portata: gruppi, meeting, viaggi di lavoro, clientela senior, turismo scolastico.

La distanza tra le destinazioni italiane è ampia. Le città d’arte e le località di montagna con doppia stagione lavorano molti più mesi delle coste a vocazione estiva, e la media nazionale nasce da questo divario. I 270 giorni parlano soprattutto a chi oggi sta nella parte bassa della forchetta, dove la stagione alberghiera si apre a maggio e si chiude a settembre.

Zacchera ha legato la proposta a un orizzonte lungo. «Decidere oggi chi vogliamo essere tra dieci anni significa smettere di rincorrere il presente», ha detto, chiedendo un tavolo permanente con i ministeri dell’Economia, delle Imprese, del Lavoro e delle Infrastrutture. Non è una posizione improvvisata: a settembre Confindustria Alberghi aveva già chiesto un piano decennale per il turismo.

I numeri che il Ministero del Turismo ha messo sul tavolo

Mazzi ha diffuso per la prima volta il dato dei primi nove mesi del 2026: 523,7 milioni di presenze, il 4,7 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Il solo mese di settembre ha segnato un più 5 per cento sul settembre precedente, con crescita sia della componente straniera sia di quella italiana.

Il confronto con il record resta aperto. Il 2025 si è chiuso a 535,5 milioni di presenze, oltre il 22 per cento in più rispetto al 2019, con l’Italia davanti a Francia e Spagna. Per superare quel risultato servono altri 11,8 milioni di presenze in tre mesi, cioè proprio nel trimestre in cui una parte del parco ricettivo abbassa le serrande. Il quadro completo dell’anno lo abbiamo ricostruito guardando come salgono le presenze del turismo italiano nel 2026.

Il ministro ha quantificato anche il peso del comparto: 13 per cento del prodotto interno lordo e 3,3 milioni di occupati, con una crescita dell’11 per cento dal 2022. La richiesta politica che ne discende è esplicita, cioè inserire il turismo tra i settori della politica industriale nazionale, accanto a manifattura, siderurgia, automotive e agricoltura, e ottenere una voce di spesa dedicata nei capitoli europei.

Perché la destagionalizzazione non dipende solo dagli alberghi

La destagionalizzazione è un tema che gli operatori conoscono da anni e che raramente si risolve dentro il perimetro della singola struttura. Un hotel può decidere di restare aperto a novembre, ma se chiudono i collegamenti, i musei, gli impianti, i ristoranti e i servizi della destinazione, l’offerta arriva monca al cliente e l’occupazione non si muove.

È il motivo per cui la richiesta dei 270 giorni viene accompagnata dalla domanda di coordinamento tra ministeri e territori. Calendari scolastici, collegamenti aerei e ferroviari, apertura dei siti culturali, eventi e incentivi alla riqualificazione agiscono tutti sulla stessa variabile, e oggi si muovono separatamente.

Federalberghi, con il vicepresidente vicario Giuseppe Roscioli, ha messo l’accento su tre punti: semplificare il quadro normativo, sostenere la riqualificazione del patrimonio ricettivo e misurare il valore reale degli investimenti sui territori. Il Barometro del Turismo dell’associazione, nella rilevazione del secondo trimestre 2026, segnala del resto che il numero di alberghi italiani è rimasto sostanzialmente stabile negli ultimi dieci anni, mentre cresce il peso delle categorie superiori. Il parco ricettivo non si allarga, si riposiziona.

Va detto che la destagionalizzazione non conviene sempre e non conviene a tutti. Dove la domanda fuori stagione semplicemente non esiste, tenere aperto significa produrre perdite ordinate. La proposta di Confindustria Alberghi ha senso letta come obiettivo di sistema, non come obbligo per la singola struttura: sono le condizioni intorno all’albergo a dover cambiare perché la destagionalizzazione diventi sostenibile.

Il nodo della ristorazione e il perimetro di impresa turistica

Dal tavolo romano è uscito anche un tema che riguarda da vicino chi gestisce un albergo con ristorante. Fipe-Confcommercio ha ricordato che la normativa attuale esclude i pubblici esercizi dalla definizione di impresa turistica, e che questo limita l’accesso agli incentivi per digitalizzazione e riqualificazione.

Il peso economico però c’è. Secondo i dati citati durante l’evento la ristorazione genera 32,3 miliardi di euro di spesa dei visitatori, seconda voce dopo l’alloggio, e impiega oltre 1,5 milioni di addetti. Lino Enrico Stoppani, per Fipe, ha sostenuto che la ristorazione orienta e qualifica l’offerta turistica, non la accompagna soltanto. Per un albergo con ristorazione interna la distinzione normativa si traduce in bandi a cui si può o non si può partecipare.

Il calcolo che ogni struttura può fare da sola

I 270 giorni restano per ora una proposta, non una norma, e nessuno garantisce che diventino tali. Ma sono un parametro utile anche a chi non aspetta una decisione dal Governo, perché costringono a mettere in fila i conti veri dell’apertura prolungata invece di affidarsi all’abitudine.

Il calcolo parte dal costo marginale di tenere aperto: utenze, personale minimo, manutenzione, food cost di un ristorante a basso coperto. Va confrontato con il ricavo atteso nei mesi di spalla, considerando non solo la camera ma anche i servizi, e con un vantaggio che quasi mai entra nel foglio di calcolo, cioè la continuità del personale e il costo evitato di ricominciare ogni primavera da un organico nuovo.

Il secondo elemento del calcolo riguarda il personale. Una stagione alberghiera di nove mesi rende possibili contratti che sei mesi non consentono, e questo cambia la qualità delle candidature che arrivano a febbraio. È la variabile che più spesso decide se l’apertura prolungata regge oltre il primo anno.

Qualcuno ha già allungato il calendario senza aspettare il tavolo tra ministeri. Nel Salento CDSHotels ha tenuto aperto fino a novembre appoggiandosi a eventi, clientela estera e offerta di territorio, non a uno sconto sul prezzo. È la differenza tra prolungare la stagione e svenderla.

Chi vuole muoversi in quella direzione nel 2027 ha un vantaggio concreto se comincia adesso, perché i contratti di lavoro, gli accordi con i tour operator e la programmazione degli eventi locali si chiudono con mesi di anticipo. Aspettare che il quadro nazionale si definisca significa, nella migliore delle ipotesi, perdere una stagione.

Fonti: Ministero del Turismo, comunicato sull’evento «Perché l’Italia è economia del Turismo! Manifesto per il futuro», 17 ottobre 2026; Italia a Tavola, cronaca dei lavori del 17 ottobre 2026; Federalberghi, Barometro del Turismo, secondo trimestre 2026.

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