Un’indagine del World Travel and Tourism Council sul Regno Unito misura per la prima volta quanto pesa un prelievo di dieci euro a notte sulla scelta della destinazione. I numeri parlano di Londra e Manchester, ma la domanda che pongono riguarda ogni città italiana che ha ritoccato l’imposta negli ultimi anni.
Sulla tassa di soggiorno il WTTC ha messo sul tavolo un dato che gli albergatori conoscono per esperienza ma raramente vedono quantificato: il 29 per cento dei viaggiatori provenienti da Stati Uniti, Francia e Germania prenderebbe in considerazione un’altra destinazione, o rinuncerebbe al viaggio, di fronte a un prelievo di 10 euro a notte. Tra i residenti britannici la quota sale al 39 per cento con una tassa di 10 sterline. L’associazione mondiale del turismo ha pubblicato l’indagine il 10 settembre 2026, in risposta al progetto del governo britannico di lasciare ai sindaci inglesi la facoltà di introdurre un’imposta sui pernottamenti senza un tetto nazionale.
Cosa dice l’indagine del WTTC
Il contesto è la riforma della devoluzione inglese, che consente ai sindaci e alle autorità locali di applicare un prelievo sui pernottamenti in hotel, bed and breakfast, case vacanza e alloggi a breve termine, calcolato in percentuale sul costo del soggiorno. Il WTTC contesta soprattutto l’assenza di un limite massimo stabilito a livello nazionale, che a suo giudizio espone il Paese a una frammentazione di aliquote e a una perdita di competitività verso le città concorrenti.
La stima economica è pesante: nello scenario di una tassa da 10 sterline, la riduzione della spesa dei visitatori internazionali nel 2027 potrebbe arrivare a 14,4 miliardi di sterline. Gloria Guevara, presidente e amministratrice delegata del WTTC, ha sintetizzato la posizione dell’organizzazione: il Regno Unito dovrebbe rendere più facile visitare il Paese, non più costoso, perché i viaggiatori hanno alternative e sono pronti a usarle. Va detto che il documento non riporta il campione dell’indagine né la metodologia di dettaglio, un limite di cui tenere conto nella lettura dei numeri.
Tassa di soggiorno in Italia: un modello diverso, una tensione simile
Il confronto con l’Italia non è immediato, perché il nostro sistema è già maturo e regolato. L’imposta di soggiorno è uno strumento comunale, con importi definiti dai singoli Comuni entro limiti fissati dalla legge nazionale, e negli ultimi anni è stata ritoccata verso l’alto in molte città d’arte e località turistiche, con la motivazione ricorrente di finanziare servizi e decoro urbano messi sotto pressione dai flussi.
La tensione di fondo è però la stessa che il WTTC descrive per il Regno Unito: quanto può crescere il prelievo prima che la destinazione perda attrattività, e chi ne paga il conto. Nelle strutture ricettive la risposta è nota. L’imposta viene percepita dall’ospite come parte del prezzo, l’albergatore ne è responsabile della riscossione e del versamento, e ogni aumento finisce per pesare sulla percezione del rapporto tra qualità e spesa, soprattutto nella fascia media.
La stagione appena chiusa dice che, per ora, la domanda ha retto: l’Italia ha registrato 276 milioni di presenze e una saturazione delle piattaforme superiore a quella di Spagna e Francia. Ma il dato britannico suggerisce che l’elasticità della domanda ai costi accessori non è nulla, e che una quota rilevante di viaggiatori confronta le destinazioni anche su queste voci.
Quanto conta il tetto nazionale
Il punto politico dell’indagine è il tetto. Il WTTC non chiede di abolire le tasse di soggiorno, che esistono in gran parte d’Europa, ma di fissare un limite chiaro e prevedibile, per dare stabilità agli operatori e ai canali di vendita. È un argomento che riguarda anche l’Italia, dove le differenze tra città vicine possono essere sensibili e dove le maggiorazioni straordinarie degli ultimi anni hanno introdotto un elemento di incertezza nella programmazione tariffaria.
C’è poi il tema della destinazione del gettito. La contestazione degli operatori, in Italia come nel Regno Unito, non è quasi mai contro l’imposta in sé, ma contro l’uso opaco delle risorse. Un prelievo che torna in promozione, infrastrutture turistiche e servizi visibili viene accettato più facilmente da chi lo riscuote e da chi lo paga.
La lettura per chi gestisce una struttura
Il dato del 29 per cento va maneggiato con cura: è un’intenzione dichiarata, non un comportamento osservato, e riguarda un mercato con un’altra struttura di prezzi. Resta però un segnale utile per due scelte operative. La prima è la trasparenza: mostrare l’imposta in modo chiaro in fase di prenotazione, con l’importo e la sua finalità, riduce l’effetto sorpresa al check-out e le recensioni negative che ne derivano. La seconda è il dialogo con il Comune: gli albergatori che partecipano ai tavoli sull’uso del gettito hanno più strumenti per orientare gli aumenti e per chiedere che una parte delle risorse torni alla promozione della destinazione.
Il confronto tra i Comuni italiani e le città inglesi che stanno per introdurre l’imposta sarà interessante da seguire nei prossimi mesi. L’Italia ha quindici anni di esperienza sul tema; il Regno Unito parte adesso, con un dibattito pubblico che l’indagine del WTTC ha appena reso più acceso. Le stesse domande, sull’importo, sul tetto e sulla destinazione del gettito, meriterebbero una risposta aggiornata anche da noi, con i dati della stagione 2026 alla mano, come abbiamo iniziato a fare nell’analisi sull’evoluzione dell’offerta ricettiva italiana.
Fonti: World Travel and Tourism Council, comunicato “WTTC Warns Uncapped UK Tourist Taxes Could Lead to Fewer Jobs in the Sector”, 10 settembre 2026; Hospitality Net, 11 settembre 2026; GuidaViaggi, 14 settembre 2026.
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