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Folla di turisti in una piazza italiana, flussi turistici e overtourism

Flussi turistici, Mazzi: overtourism è una parola pericolosa

Flussi turistici, Mazzi: overtourism è una parola pericolosa

Il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi ha definito overtourism una parola pericolosa, perché rischia di spostare i viaggiatori verso altri Paesi. Dietro la questione lessicale c’è un problema molto concreto di distribuzione della domanda, che gli albergatori misurano ogni stagione sul proprio conto economico.

I flussi turistici italiani sono tornati al centro del dibattito politico con una dichiarazione netta. Intervenendo al GR di Rai RadioUno il 22 settembre, il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi ha detto che la parola overtourism è molto pericolosa, perché può orientare i viaggiatori verso altre destinazioni. Una posizione che ha fatto discutere, e che merita di essere letta per intero prima di essere archiviata come difensiva.

Che cosa ha detto il ministro e su che cosa si fonda

Il ragionamento è di comunicazione prima che di policy. Se un Paese si racconta come saturo, una parte della domanda internazionale lo depenna dalla lista senza verificare se la saturazione riguardi tutto il territorio o tre settimane in cinque città. Il rischio, dal punto di vista del ministro, è di perdere flussi turistici che l’Italia avrebbe potuto distribuire meglio invece che respingere.

Sul piano operativo Mazzi ha indicato la strategia delle 4D, alla cui base ha collocato la delocalizzazione, aggiungendo che per riuscirci serve anche molta digitalizzazione. Ha poi citato l’esperimento estivo delle aperture serali: Pantheon e Colosseo a Roma, Castello Sforzesco a Milano, ad agosto, con risultati che ha definito eccezionali e un’iniziativa da ripetere.

Infine si è rivolto ai residenti chiedendo, testualmente, un po’ di dolce pazienza, perché i turisti portano comunque ricchezza. È il passaggio più esposto, perché tocca il punto dove la tensione è più alta.

Perché la parola overtourism conta davvero

Chi lavora nell’accoglienza sa che le parole spostano prenotazioni. Un titolo su una città invivibile produce effetti misurabili sulle ricerche nelle settimane successive. Da questo lato il ministro ha ragione: il vocabolario del dibattito pubblico è diventato un fattore di marketing territoriale, nel bene e nel male.

Dall’altro lato, cambiare il nome al problema non lo scioglie. Nei fine settimana di punta a Venezia, Firenze, Roma e in alcune località costiere la pressione esiste, la percepiscono i residenti e la percepisce chi gestisce una struttura in quelle zone. Il tema, allora, non è se dire overtourism, ma se esistono strumenti per governare i flussi turistici in modo diverso.

Su questo il confronto è ancora aperto. Come avevamo osservato nel pezzo su overtourism e nuove regole, il turismo italiano si trova davanti a una scelta di modello, non a una questione di comunicazione.

La delocalizzazione dei flussi turistici funziona se qualcuno la finanzia

Spostare la domanda dalle città piene ai territori vuoti è una ricetta condivisa da tutti e realizzata da pochi. Il motivo è semplice: il turista non si sposta perché glielo si chiede, si sposta se trova un collegamento, un’offerta ricettiva, un servizio e una ragione per andare.

Le aree interne italiane hanno spesso la ragione e raramente il resto. Un borgo a quaranta minuti da un capoluogo può avere il paesaggio e la cucina, ma senza trasporto pubblico serale, senza strutture aperte tutto l’anno e senza personale non intercetta la domanda che il capoluogo non riesce a tenere.

La digitalizzazione citata dal ministro può aiutare a leggere i flussi turistici in tempo reale e a indirizzarli. Non costruisce camere e non assume personale. È uno strumento di misura, prezioso, che va accompagnato da investimenti sull’offerta.

Va aggiunto che la delocalizzazione non è a costo zero nemmeno per le destinazioni che la ricevono. Portare domanda dove prima non ce n’era significa chiedere a piccoli territori di attrezzarsi in fretta su rifiuti, mobilità, presidio sanitario e ordine pubblico. Senza quella parte, la redistribuzione sposta il problema invece di risolverlo, e lo sposta su comunità che hanno meno strumenti per governarlo.

Il dato che manca al dibattito

Quello che ancora oggi scarseggia è una misura condivisa della pressione turistica per territorio e per periodo. Senza un indicatore accettato da tutti, ogni parte porta i propri numeri: chi parla di record e chi parla di insostenibilità, spesso riferendosi allo stesso luogo in due settimane diverse.

Anche il clima ha cominciato a fare la sua parte nel ridisegnare la stagionalità: nell’estate appena conclusa, come mostrano i dati su l’andamento delle città d’arte con Firenze a meno 15%, i mesi più caldi hanno già cominciato a svuotarsi da soli. Una parte della redistribuzione sta avvenendo senza che nessuno l’abbia pianificata.

Un secondo elemento mancante riguarda la scala temporale. La pressione non è distribuita sull’anno ma concentrata in poche settimane e in poche ore del giorno. Misurare i flussi turistici su base annuale restituisce una fotografia rassicurante che non corrisponde a quello che vivono residenti e operatori nei fine settimana di maggio o nelle giornate di ponte. Serve un indicatore che tenga insieme luogo, giorno e fascia oraria, altrimenti il confronto resta fra due percezioni.

Che cosa può fare chi gestisce una struttura

La discussione politica seguirà i suoi tempi. Nel frattempo, per chi gestisce un albergo in una città sotto pressione, l’unica leva controllabile resta il mix: allungare le spalle di stagione, lavorare sui giorni infrasettimanali, costruire una proposta che regga anche quando il picco non c’è.

Per chi opera fuori dai circuiti principali il ragionamento si rovescia. La delocalizzazione di cui parla il ministro è, per quelle strutture, la promessa di una domanda che non è ancora arrivata. Conviene prepararsi come se arrivasse e vendere come se non arrivasse, perché la seconda ipotesi è ancora la più probabile.

Resta una domanda aperta, che vale per il settore prima che per la politica: siamo sicuri che il problema sia il nome, e non il fatto che nessuno abbia ancora deciso chi paga la redistribuzione?

Fonti: dichiarazioni del ministro del Turismo Gianmarco Mazzi al GR di Rai RadioUno, 22 settembre 2026; TTG Italia.

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